Can you hear me now?

A piedi nudi, sul pontile di legno, cammini verso lo specchio d’acqua in una giornata grigia.
Tu e quel corpo, tu e quei capelli lunghi che ricadono sulle spalle e sulla schiena scoperte senza malizia.
La finezza delle linee che ti descrivono, la leggerezza delle varie colorazioni della pelle in base a soli passati, a estati trascorse, a sorrisi dimenticati.
Dando le spalle alla mia vista, mi precedi di qualche passo e sei anche più veloce. Ti vedo che, una volta alla fine del pontile, tocchi il pelo dell’acqua con il piede quasi per accertarti che è davvero autunno e quindi l’acqua sarà fredda. Acqua in cui sempre tu, incurante, ti tufferai senza alcun vestito in pochi istanti.
Vorrei che ti girassi, vorrei che mi sorridessi, vorrei vederti giusto per il piacere di vederti, ma fra poco sarai in acqua e chissà se lì ti girerai; è comunque una lotteria.

Allora ti lancio un urlo, l’ultima spiaggia, e il tempo si ferma mentre il cuore prosegue troppo in velocità. Ma il resto continua a non muoversi.

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A ray of light

Quasi tutti gli anni succede.
Prima di darci di nuovo sotto con la pioggia, il freddo, la neve, Febbraio ci regala un paio di giornate di pieno sole e con un’aria fresca, pulita e limpida che fa quasi male non uscire a respirarla finchè c’è luce. Solitamente questo succede attorno al mio compleanno, ma la fortuna di quest’anno è stata di averne avute alcune anche a fine gennaio.
Mi ricordo un pomeriggio, dove un raggio di sole entrava di sbieco dalla porta a vetri di un edificio al primo piano…ma teniamolo in sottofondo, per ora.

Un’altra giornata, metà dicembre, freddo e grigio; una macchina parcheggiata male, facce stranite, un mondo che ti crolla addosso senza che te lo potessi aspettare: proprio lì, proprio in quel momento, proprio quando non era il caso.
Un viaggio improvvisato e in sè e per sè pure sfortunato per andare ad augurare buon viaggio, troppo tardi, a chi doveva compiere l’ultimo viaggio della sua, di vita.
Per me poi, è stato quasi facile ciò che c’è stato dopo: sono uno che le emozioni le trattiene fin troppo e da fuori appare che sia quello che si mantenga meglio, che trovi la forza di tenermi in piedi; non è così, almeno, non sempre.
Ma sapere di essere di sostegno a qualcuno mi rende più forte. Una sorta di autoipnosi. Un qualcosa che non so spiegare. Rimane che se sono da solo questo smette di valere e torna tutto, con gli interessi.

E la pioggia, tutta quella pioggia, quanta pioggia la mattina dopo. Il taxi (perchè quando c’è bisogno di essere in orario non lo si è mai, come non esistono mai i giusti mezzi pubblici) tirava su l’acqua delle pozzanghere sulla strada che passava sotto al ponte della tangenziale. Il tassametro scorreva, la pioggia cadeva, la gente aspettava. E lì, senza sapere se era il caso di dire o fare qualcosa, avendo la convinzione che nulla sarebbe servito a fare nulla. Interminabili silenzi che riempivo di pensieri.
Alla fine certe cose le arrivi a sentire quando non ci pensi più. O almeno, a me succede così. Come un passante che ti ferma per chiedere una strada e ti prende allo sprovvisto perchè eri immerso nei tuoi, di pensieri.

Poi c’è una foto, dopo tutta questa pioggia e queste facce tristi, una foto che per quanto possa far tirare giù qualche lacrima, vale più di tutto quello che si potrebbe dire. È una foto che dice tante cose senza dire in realtà nulla. Ti fa vedere tutto ciò che c’è stato senza che tu nemmeno lo notassi; e vorresti sentire di nuovo quell’abbraccio, quelle parole che però per fortuna non eliminerai più dalla tua testa. Non dimenticherai mai quelle belle parole che hai sempre apprezzato e al contempo quasi mai hai davvero compreso.

Riduci a icona la finestra con la foto, riduci quella sommersa dalla pioggia e anche quella della giornata grigia, soprattutto quella ti prego. C’è di nuovo quella splendida e fresca giornata di fine gennaio.
L’atrio del primo piano è illuminato dalla luce del sole pomeridiano che inizia a diradarsi: a inizio pomeriggio entra perpendicolarmente alla porta, poi si defila sempre più verso il lato.
Ad un certo orario è proprio un unico raggio che resiste. Per una volta nonostante sia un esame, la preoccupazione è andata via, proprio grazie a quel raggio: non è solo un semplice fascio di fotoni, non è nemmeno solo uno scambio di energia elettromagnetica (anche se sarebbe consono all’attesa, considerata la materia in esame), è la ripetizione di quelle parole che ti sei sentito dire tante volte in questi anni quando, per colpa della distanza, ci si doveva salutare.

Erano le stesse parole, anche se in quell’atrio non c’era nessun altro; erano quelle parole, belle, pure, pulite, dette dentro di te.
E ho capito tante cose, davvero tante, che un sorriso mi è scappato perchè tra le varie cose non ero solo là, come non lo ero stato da un po’ di giorni a quel momento.

Quando finalmente sono potuto entrare in quello studio bollente e dall’aria stantia, non sono mai stato così orgoglioso e felice di presentarmi con il mio nome e cognome, di chiudere in pochi minuti due esami che erano stati il mio incubo per i mesi precedenti.
Il tutto per poi iniziare una lunga salita che ancora non so se riuscirò a concludere in tempo, ma che so che affronterò con lo stesso spirito e forza, se possibile.
Perchè quelle parole sono come incise dentro di me, in modo preciso e perfetto; come se l’avesse fatto un artigiano. Un lavoro ad arte.

Te lo dovevo, grazie di tutto.

Questa foto non è quella citata, ma è ciò che mi porto dietro, di fisico, di quella giornata. È un po’ come dirci un’altra volta ciao, non trovi?

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“What a beautiful face
I have found in this place
That is circling all round the sun
What a beautiful dream
That could flash on the screen
In a blink of an eye and be gone from me
Soft and sweet
Let me hold it close and keep it here with me”

Music for lonely people

A dirla tutta, non era la prima volta che lo sentivo; già in un altra occasione, nonostante i vetri chiusi, il suono era arrivato fino alle mie orecchie.
Anche le altre volte ora che ci penso era mattina, metà mattina e, se non sbaglio, c’era sempre quel sole da mezza stagione un po’ triste, un po’ finto, un po’ tante cose ma principalmente timido, di quelli che non scaldano ma non permettono nemmeno al freddo di insinuarsi nelle ossa.
Nulla di nuovo, era solo una mattinata di studio o di lavoro da casa, nessun nuovo dettaglio se non si conta la disposizione degli oggetti sulla scrivania, niente di particolare nemmeno nella situazione all’esterno: il terrazzo accettava quella poca luce per asciugarsi dopo giorni di pioggia, nella piazzetta davanti casa c’erano solo i soliti pochi movimenti di qualche scoiattolo vagabondo e di qualche gatto intento a rincorrerlo, pur senza poterli vedere davvero.

Eppure a un certo punto inizia, le note iniziano a tagliare l’aria statica di una mattina infrasettimanale, note tristi, musica per persone sole: una fisarmonica le suona, ma lentamente, facendoci attendere con pazienza e desiderio la successiva; non è la fisarmonica da tango, non è la fisarmonica da balli da competizione, è una fisarmonica rallentata all’inverosimile, con una lentezza e una flemma irriconoscibili ma che si attaccano direttamente all’anima trascinandola fuori nell’attesa della minima successiva e ricacciandola dentro nel lieve stridere provocato dal vecchio strumento e che ci riporta ad una sensazione di pace sì, ma anche di infinita tristezza.
Anche questa volta sono stato fermo, anzi, non so bene cos’abbia fatto, ma di certo non mi sono mosso: avrei voluto con tutto il cuore uscire nei 10 gradi esterni anche in maniche corte per capire chi stava suonando, vederlo suonare così lentamente, cercare un legame, un contatto con chi stava prendendo la mia anima e la stava manipolando; ma sono rimasto bloccato come se il pentagramma stesso fosse un insieme di corde nato per incollarmi alla sedia, mentre oltre alla scrivania potevo solo vedere il terrazzo illuminato, senza muovermi.
E altro non ricordo in verità, come se fossi rimasto in uno stato di trance, sono stato bloccato là chissà quanto tempo prima che l’uomo riprendesse la sua fisarmonica e se ne andasse dalla piazzetta; forse ho riso sguaiatamente in quell’intervallo di tempo, forse ho pianto come si fa solo in certi momenti di terribile vuoto, forse sono stato semplicemente fermo e inebetito ad ascoltare quella musica per persone sole che ci stava trascinando dentro un enorme buco fatto di ricordi, pensieri e piccole cose, con un sole timido come unico appiglio alla realtà.

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Home

Sicuramente la pagina bianca non aiuta, questo è certo; ma quando poi devi parlare di un argomento così delicato, si trasforma in un muro insormontabile che ghigna mentre tenti di scavalcarlo. Ebbene dietro questo muro ci sono le mie parole, parole che ogni tanto cerco di raggiungere per condividerle e delle quali riesco solo a dare qualche esempio, come se fosse un fugace sguardo dietro questo (altissimo) muro.

Il discorso di cui parlare poi potrebbe essere un’altra attenuante: non molti potrebbero capire il significato di ciò che provo e vorrei dire, in pochi ci si ritroverebbero e quasi nessuno forse lo condivide; eppure per me è qualcosa di puro, pieno e tangibile.

Insomma, il muro così non si scavalca o, almeno, non con queste premesse.

“Country Roads, take me home, to the place I belong”

Sono semplici parole ma che dicono molto più di quanto possono, portatemi a casa, al luogo a cui appartengo; più che una richiesta è un desiderio, una voglia, un bisogno.
E se questa casa non si rivelasse tale? Le quattro mura che proteggono fanno star benissimo e non si potrebbe desiderare di più, anzi, non è questo il problema; è fuori che è tutta un’altra storia, fuori è un posto che ogni volta che si torna risulta come sconosciuto nonostante sia quello nel quale si è nati e cresciuti.
E’ veramente troppo strano e si sente bene la sensazione di qualcosa che potrebbe rompersi da un momento all’altro, come un amico di lunga data al quale si vuole bene, ma con il quale non si ha più molto da fare a causa degli interessi diversi, della crescita, dei percorsi.
Ma…questo luogo a cui si appartiene, è davvero tanto lontano? Ma soprattutto, è quello il luogo?

Non so cosa significhi, anzi sono solo parole ed è un discorso che muore là, rimandando ancora una volta il salto del muro, ma senza rancore perchè ogni volta è un passo avanti: chissà un giorno saremo qui a raccontarlo, forse a viverlo, probabilmente pure a trovarne i difetti.
E lo faremo con della buona musica di sottofondo, un caffè e in buona compagnia.

Per ora accontentatevi di questo piccolo, ma grande, passo.

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There is a light that never goes out

Una foto, una foto è tutto ciò che serve. Null’altro, solo pellicola fotografica usata, un rullino magari, oppure un insieme di bit che portano alla foto digitale: non è la costituzione che cambia qualcosa, ma la sostanza.
È la foto di quell’angolo, di quella curva che gira diretta e stringe verso il centro, una curva che obbliga alla frenata preventiva e non solo per la conformazione, ma anche per il sole che non ha voglia di seguire le leggi dell’astrofisica e lì è in ogni caso negli occhi, qualsiasi direzione si stia percorrendo.

Probabilmente non è nemmeno la foto, ho mentito, è il ricordo ciò che serve. Un posto, senza un bel ricordo ad esso legato, non vale nulla ma proprio nulla. È solo un altro posto in cui siamo stati, magari siamo, forse saremo.
E allora? Cos’è, malinconia di un ricordo? Cosa significa il groppo in gola, la salivazione cessata e l’aria che manca il suo giro dai polmoni?
È semplicemente il sentimento più strano e stupido come la malinconia in cui ci si crogiola traendone piacere e assieme dispiacere a fare quest’effetto?

So solo che ho bisogno, ne ho tremendamente bisogno, di sentire quest’effetto sulla mia pelle e placare una sete infinita per cui un posto mi porta un ricordo così di pace e felicità. Vorrei davvero avere un’ulteriore curva da ricordare con piacere nei momenti più bui, una curva da riprendere fuori con i capelli in ordine, mentre lì ero spettinato, felice, stanco ma orgoglioso di essere null’altro che me, orgoglioso di essere stato me stesso, per una volta.
Ora, è solo un treno che corre a 300 km/h affianco ad un’autostrada. Per le strade c’è ancora da aspettare, figurarsi per le curve.

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Where you were yourself

Tanto si sa: quando inizia a fare buio la malinconia deve scendere se si è in viaggio, che sia d’andata o di ritorno; il motivo a dirla tutta non c’è ancora dato da saperlo, è risaputo essere solo un dato di fatto.
La malinconia sembra così pesante come fosse in blocco col buio che cala, in proporzione unitaria, mentre la luce diventa sempre più fioca.
La strada invece scende con un’inclinazione sostenuta, la strada che corre dove le luci fanno da padrone, verso la città insostenibile e snervante, con l’aria che puzza di noia e con i palazzi che si nutrono di cielo.

E quindi? Quindi la strada finirà, senza troppi problemi o rimpianti e si ritorna a ciò che è sempre stato e, ancora un po’, sempre sarà.

In tutto questo, in questa pura malinconia viaggiante che per molti è già tristezza e che per me è ancora in uno stadio informe, mi vengono in mente canzoni allegre come a voler accentuare ancora di più la differenza che c’è tra il dentro e il fuori di tutto questo; un po’ come se iniziassi a intonare “Good day, sunshine” proprio ora che il buio ha attecchito anche la carrozzeria e ci si stacca leggermente solo perchè due fari lo indeboliscono quanto basta. Ma poi, che motivo c’è motivo di indebolirlo? Perchè non lasciarlo così, che male fa, tutto sommato?
E’ buio ed è freddo, i nuvoloni promettono che di sicuro l’estate non sarà nemmeno ora: non c’è nulla di male, è bello, è uno spettacolo anche al buio; forse proprio perchè non si vede altro che qualche luce lontana, profumo di erba, fieno, muffa e tanta ma tanta umidità che impregna questi pensieri e queste parole.

Tanto per i luoghi rimangono (non abbastanza) foto, qualche motivetto cantato fra i denti e un sole bollente che sembra essere lì solo per riscaldare mattoni gelidi.

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Rise

A dire la verità, da qualsiasi punto lo vedi è grigio: tutto attorno è grigio.
La denominazione “giardino interno”, in pieno centro città, spesso significa questo: alti edifici grigi che sovrastano tutto il resto; quegli edifici cresciuti verso l’alto per l’impossibilità di espandersi lateralmente, quegli edifici che ora tendono a coprire il cielo quando li guardi dal basso.
E non è solo questione di sentirsi compressi in uno spazio ristretto, è anche il contatto continuo con tutti i vicini a rendere particolare e strana la numerosa convivenza.
Quelle centinaia, migliaia di finestre presenti in un un angolo di mondo che nemmeno il più preciso dei satelliti riuscirebbe a scovare, quelle finestre tra cui c’è anche la tua, da cui scruti il mondo andare avanti per centinaia, migliaia di persone. Vite completamente diverse, così come ci sono diverse musiche, diversi canali sintonizzati sulle diverse televisioni, diversi profumi e odori all’ora di cena.
La vita di uno diventa la vita di tutti e basta guardare dentro una di quelle finestre per scoprire di più sulla loro vita e anche sulla tua: come quella volta che quello studente fuori sede, di sicuro in arrivo da un bel paesino di campagna dell’entroterra, se ne stava seduto sconvolto a guardare l’immensità dei palazzi tutt’attorno al suo balcone, quasi impaurito dal non poter portare lo sguardo più lontano di 50 metri senza incontrare un edificio, senza nemmeno il coraggio di tornare dentro casa.
E allora, profumi, odori, rumori, uomini e donne che fumano sui balconi, gente che fa l’amore rumorosamente, gente che cucina, gente che annaffia quel po’ di verde che riesce a mantenere sul balcone, gente che prende il poco sole che riesce a trovare, gente che gira nuda per casa, gente che guarda le partite di calcio, gente che urla, gente che piange, gente che ride, gente che gira per casa in tacchi passando l’aspirapolvere alle undici di sera, gente che si guarda attorno, gente che non pensa, gente che vive. Gente che vive un’esistenza comune, in edifici cresciuti troppo velocemente verso l’alto pur di poterli accogliere.

Tutto questo mi ricorda molto Cortazar e quel pezzo indelebile nella mia testa dove parla dei sobborghi di Parigi:

“Così è, Rocamadour. A Parigi siamo come dei funghi, spuntiamo sulle ringhiere delle scale, in camere buie, dove c’è odore di grasso, dove la gente fa continuamente l’amore, poi frigge le uova e mette dei dischi di Vivaldi, accende le sigarette e parla come Horacio e Gregorovius e Wong e io, Rocamadour, e come Perico e Ronald e Babs, tutti facciamo le uova fritte e facciamo l’amore e fumiamo, ah non puoi sapere quanto fumiamo, quanto facciamo l’amore, in piedi, coricati, in ginocchio, con le mani, con le bocche, piangendo o cantando e fuori c’è di tutto, le finestra danno sull’aria e tutto comincia con un passero o un’infiltrazione, piove moltissimo qui, Rocamadour, molto di più che in campagna, e le cose arruginiscono, i tubi, le zampe dei colombi, i fili di ferro con i quali Horacio fa le sue sculture.”

Case popolari a Milano